di Giovanissimi Studenti*
In questi giorni, come giovanissimi studenti di Azione cattolica, ci siamo fermati a riflettere sul tema della pace. Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2025, ci ricordava che “Soltanto da una vera conversione, personale, comunitaria e internazionale, potrà fiorire una vera pace che non si manifesti solo nella conclusione dei conflitti, ma in una nuova realtà in cui le ferite siano curate e ad ogni persona venga riconosciuta la propria dignità.”
Questa riflessione ci ha spinto a chiederci come possiamo, anche noi, contribuire alla creazione di una cultura della pace, soprattutto all’interno dell’ambiente scolastico che viviamo ogni giorno.
La pace di cui abbiamo bisogno è quella che promuove l’incontro e il confronto positivo con gli altri, non solo tra studenti, ma anche tra studenti e docenti.
Spesso, la comunicazione tra le due parti può essere ostacolata da barriere psicologiche o culturali che rendono difficile una convivenza armoniosa. È tuttavia fondamentale costruire ponti, abbattere barriere e favorire un dialogo sereno che renda l’esperienza scolastica un luogo di crescita e di comprensione reciproca.
In Italia, un numero significativo di studenti vive difficoltà all’interno degli ambienti educativi, spesso appesantiti dal peso delle aspettative e della ricerca della perfezione. Per questo motivo, abbiamo sentito la necessità di scrivere una lettera a chi, nelle scuole e nelle famiglie, ha il compito di guidare e formare le giovani generazioni.
Cari genitori, cari professori,
mi chiamo ******, e sono uno studente. Ma prima di tutto, sono una persona. Una persona con sogni, paure, speranze e un cuore che cerca di capire il mondo. Oggi voglio concentrarmi su una parola che sentiamo spesso, ma che fatichiamo a trovare davvero: la pace.
Forse vi state chiedendo cosa c’entri la pace con noi studenti, con le nostre vite fatte di compiti, interrogazioni e voti. Ma vi chiedo di ascoltarmi, perché credo che la pace non sia solo quella grande, quella che si sogna nelle piazze o si cerca nei trattati internazionali. La pace è anche quella che nasce – o muore – nei corridoi della scuola, nei silenzi di chi si sente escluso, nelle battaglie quotidiane che viviamo con noi stessi e con gli altri.
Ogni giorno, entro in classe sapendo che il mio valore sarà misurato con un numero: 4, 6, 8. Quei numeri che sembrano così semplici, ma che possono pesare come macigni. Posso prendere un 10 in matematica, ma sentirmi comunque piccolo perché non sono bravo negli sport. Oppure studiare tutta la notte per storia, portare a casa un 5 e sentirmi dire che “non mi impegno abbastanza”. Piano piano, iniziamo a credere che chi prende voti alti valga di più, che chi viene bocciato non abbia abbastanza valore. Ed allora iniziamo a guardare i nostri compagni non come persone, ma come rivali. Una competizione silenziosa che ci mette uno contro l’altro, in una gara che non finisce mai.
E voi, genitori e professori, siete parte di tutto questo. Non perché lo vogliate, ma perché spesso ci fate capire che il “merito” è tutto. Che chi arriva primo è il migliore, e chi resta indietro deve solo accettarlo. Ma vi chiedo: che pace stiamo costruendo, se ci insegnate a guardare gli altri come avversari?
La meritocrazia è un concetto che viene invocato spesso, ma davvero è applicata come dovrebbe? La meritocrazia dovrebbe essere il motore che ci spinge a fare del nostro meglio, non una promessa vuota. Spesso però chi si impegna davvero non ottiene ciò che merita, mentre altri, per ragioni che nulla hanno a che vedere con il merito, riescono a emergere. Eppure, il disagio psicologico, soprattutto nelle fasce giovanili, è tanto diffuso quanto poco considerato nel discorso pubblico. Ciò che ci fa soffrire non sono solo le difficoltà personali, ma anche il peso dell’organizzazione sociale che ci circonda, con i suoi valori – o disvalori – che condizionano la nostra crescita e il nostro benessere.
Non perché ci sia una guerra visibile, ma perché si crea un conflitto che non si vede: il conflitto tra chi si sente “abbastanza” e chi no. E questo conflitto, invisibile e silenzioso, ci accompagna ogni giorno. Quante volte ci siamo sentiti “inadeguati” per non aver raggiunto un obiettivo che ci veniva imposto, ma che non ci apparteneva? Quante volte abbiamo visto un compagno “arrendersi” perché non riusciva a rispondere alle aspettative? È qui che la pace si spezza, nel silenzio di chi si sente escluso, nel dolore di chi non si sente “abbastanza”.
La pace, però, non è solo assenza di conflitti. La pace è tutto ciò che facciamo, che diciamo, la pace è ciò che dobbiamo mettere alla base di tutto quello che siamo. E la scuola dovrebbe essere uno dei primi luoghi in cui possa prende forma. È il luogo dove impariamo a vivere, a relazionarci con gli altri, a capire chi siamo e ad accettare le nostre differenze. La scuola è pace, se diventa uno spazio dove ci si sente accolti e rispettati, dove i nostri sogni e le nostre paure possono coesistere senza paura di essere giudicati.
Abbiamo bisogno di una scuola che non ci misuri solo con numeri e voti, ma che ci insegni ad essere persone, con le nostre debolezze e le nostre forze. Abbiamo bisogno di vivere in un ambiente che ci incoraggi a sbagliare, a imparare dai nostri errori, a crescere insieme. Non vogliamo sentirci numeri, prodotti etichettati e classificati. Vogliamo essere ascoltati, capiti, sostenuti.
Simone Weil diceva:
“Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, […] si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano. Il bene è l’unica fonte del sacro.”
Cos’è che ci rende umani? Dimenticate per piacere tutte le etichette che ci avete assegnato fino a questo momento. Non esistono alunni bravi e caproni, esistono persone, con le loro differenze, con un unico grande desiderio nell’anima: il desiderio di bene. Noi studenti, come tutti, ci aspettiamo che una luce ci illumini, come voi aspettate la vostra. Non vogliamo credere che sia impossibile ottenerla. Siamo ottimisti e speriamo ogni giorno che questa luce nasca, speriamo che nasca questa pace.
Ma la pace non sono parole gettate al vento, non sono manifestazioni di facciata. Per fare pace serve coraggio, e coraggio è forza di amare. E mai potremo costruire pace senza amore, anche a scuola, là dove la pace si dovrebbe insegnare.
Vi chiedo di sognare con noi una scuola diversa, una scuola che non sia solo un luogo di competizione, ma un luogo dove ognuno di noi possa sentirsi accettato e rispettato per quello che è. Una scuola dove i numeri non ci definiscono, ma ci stimolano a crescere. Una scuola che costruisca ponti e non muri, che insegni la pace come valore fondante.
Con affetto,
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*dell’Ac di Altamura Gravina-Acquaviva delle Fonti
